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26/07/2018
VERSO I MONDIALI: RIVIVIAMO L'EMOZIONE DELLA SPRINT RELAY TICINESE
Squadra Naz.

(Da sinistra: Carlotta e Riccardo Scalet, Viola Zagonel e Mattia Debertolis).

 

EOC2018 UN’ORA DA SOGNO PER COSTRUIRE IL FUTURO

La Sprint Relay regala emozioni, riviviamole tutte con gli azzurri

A cura di Pietro Illarietti

I Campionati Europei di Orienteering si sono conclusi da tempo ma negli occhi e nella memoria di molti appassionati sono rimaste ben impresse le gesta dei 4 azzurri impegnati nella Sprint Relay di Tesserete. Hanno chiuso al 10° posto dopo aver condotto una prova da protagonisti che li ha visti veleggiare per oltre metà gara nelle zone alte della classifica fino ad occupare il 3° posto in seconda frazione.

Ci siamo confrontati con gli atleti protagonisti di questa splendida cavalcata. Sono giovani, appassionati e motivati. Indizi che permettono di fare una prova: l’Italia può puntare con convinzione su questa specialità negli anni a venire.

Lasciamoci guidare dai loro ragionamenti e facciamoci raccontare ogni singolo dettaglio di quella gara che ha unito tutti gli orientisti.

CARLOTTA SCALET PRIMA FRAZIONE 

A rompere il ghiaccio ci pensa Carotta Scalet (4 EOC alle spalle), che è anche la protagonista del lancio. A lei tocca il ruolo più delicato quello di guidare la Nazionale nel primo step della corsa che inizialmente avrebbe dovuto vedere Viola Zagonel. Dopo un’attenta valutazione, con tutto il team, il CT Mikhail Mamleev ha però preferito modificare l’ordine del quartetto. 

“Ho accettato la decisione sapendo che su di me gravava anche un’incognita. – esordisce l’azzurra di Graz - Le mie prestazioni possono essere molto positive oppure molto negative. Credo sia una questione di allenamento tecnico. Devo confessare che nel 2018 sono però migliorata molto. Come sapete durante l’inverno siamo stati impegnati in un training camp in Spagna. Le prime conferme sono arrivate già dalla qualifica Sprint”.

Queste le premesse ma ora entriamo in gara. “Pronti via, ho cercato di fare la mia gara provando a rimanere tranquilla. Inizialmente abbiamo trovato una rampa molto dura. L’ho presa con calma, riuscendo a leggere i punti in paese. Ho guadagnato moltissimo facendo la scelta lunga differente dalle altre”. 

La capitana azzurra non si è fatta condizionare dalla tensione. “Non serve intesirsi. Consapevole del mio miglioramento fisico mi aspettavo di fare bene”.

La trentina prosegue nel suo racconto. Si capisce che sta rivivendo ogni singolo ragionamento e condivide i suoi pensieri con noi. “Vincere la prima frazione non serve, a meno che tu non sia Judit Wyder che rifila un minuto alle avversarie. La cosa importante è rimanere con il gruppo dei migliori per iniziare nel modo corretto la Staffetta. E’ una sensazione particolare. Durante l’ultima fase mi sono accorta che stavo perdendo posizioni ma non dovevo pensare troppo. Meglio stare in allerta perché potevano presentarsi forking insidiosi. L’errore è sempre dietro l’angolo”.

“Non saprei spiegare quali fossero le aspettative di gruppo. Sappiamo che possiamo fare bene. Per un motivo o per l’altro prima faticavamo e personalmente non ero soddisfatta di me stessa.  In Svizzera è stato diverso. Stavo dando a Riccardo un’opportunità diversa, a 20” dall’argento”.

RICCARDO SCALET SECONDA FRAZIONE: 

Ora la pressione e le aspettative passano su Riccardo Scalet: “La pressione c’era, eravamo in un’arena calda. È normale che sia così. Se tieni a qualcosa avverti che la tensione è palpabile. Il mio piano però era quello di tenere il treno in cui ero inserito e di non sbagliare niente. Il terreno ci era congeniale perché gareggiavamo in un paesino di montagna. La prima difficoltà si è presentata al forking. Per la prima volta mi sono dovuto dire di stare calmo perché i miei avversari avevano un’altra combinazione rispetto a me. La potevo fare nel modo corretto. A casa avevo già svolto 1000 allenamenti simili dovevo solo mettere in pratica quello a cui sono abituato. Imboccando la discesa velocissima mi sono detto che quello sarebbe stato il punto in cui scoprire chi aveva gas”. 

Qualcuno si chiede se stare a stretto contatto con i big sia emozionante. “Inizialmente sì, intendo i primi anni, e avevo quasi paura. Poi mi sono abituato a gareggiare con i mostri sacri e quando sto bene so che posso giocarmela pure io e difatti mi sono trovato davanti al treno. Mi sono accorto che non andavano particolarmente veloci e avevo il tempo di guardare i punti che avremmo trovato più avanti. Non è una cosa che faccio sempre però nella mia testa era tutto chiaro e stavo correndo rilassato. Dovevo solo correre ed ero sicuro delle scelte”.

Il primierotto aggrotta la fronte e va ancora più nel dettaglio della situazione. “Mi ero accorto che il passaggio prima dell’arena era difficile. Me l’ero studiato. Sapevo già prima di punzonare che dovevo scendere e cercare dei passaggi. Inconsciamente già 5-6 minuti prima avevo valutato che quella fosse un’area critica e dovevo arrivarci con una visione chiara. Ero concentrato solo sulla prova, non potevo fare altrimenti. Emozionarsi avrebbe significato sbagliare e non sarebbe stato positivo per il team”.  

TERZA FRAZIONE: Poi il cambio, in terza posizione e il passaggio dell’ipotetico testimone a Mattia Debertolis. Anche se per poco manteniamo l’attenzione sui fratelli Scalet.

“Eravamo chiusi in quarantena e non vedevamo più nulla, nessuno split time o gps. Una situazione strana ma non ci lasciavano uscire e ascoltavamo la cronaca tramite le parole delle speaker. A quel punto avevamo affidato il destino della nostra gara ad un compagno che stava facendo il meglio, non potevamo essere preoccupati. Inoltre eravamo veramente felici per la nostra prestazione”.

Qui entra in gioco la sorpresa italiana degli EOC2018, Mattia Debertolis. “Sono partito decisamente sotto pressione. Dovevo cercare di non agitarmi perché potevo sbagliare. I primi punti sono andati molto veloci e inoltre avevo un solo avversario davanti. Dal punto 5 in poi invece ho iniziato a sentire la pressione degli inseguitori. In salita sentivo di essere stanco, ho provato a tenere duro ma allo scollinamento mi sono scappati via. Anche in questa fase dovevo rimanere calmo. Dal mio punto di vista loro hanno commesso un errore e questo mi ha caricato”.

Pure Debertolis sembra essere nuovamente dentro l’atmosfera dell’evento e la sua mimica è simile a quella tenuta in gara. “Nel finale sentivo le energie venir meno, ma credo fosse normale visto il calendario che avevamo affrontato. Mi sentivo felice ma mi mancava la fluidità di corsa”.

“L’obiettivo prima degli EOC era quello di qualificarmi ed essere riuscito a giocare al meglio le mie carte è stato stimolante. Rispetto ai WOC durante gli EOC ci sono molte prove e credo che la scelta di fare così tante gare sia stata un’arma a doppio taglio. Mi ha permesso di fare esperienza, ma mi ha messo in ginocchio”.

QUARTA FRAZIONE VIOLA ZAGONEL:

Tocca poi a Viola Zagonel il delicato compito di finalizzare l’ottimo lavoro di squadra: “I miei compagni mi avevano appena passato una palla molto pesante. Dalla zona di quarantena avevo sentito che stavamo andando bene e che tutti e tre avevano disputato una prova maiuscola. Mentre eravamo in quella situazione è stato importantissimo avere al fianco un coach esperto come Mamleev che ha saputo trovare le parole giuste per tenere calmi sia me che Mattia”.

Finita questa fase di attesa si è entrati nel vivo della corsa. “Al via ero con l’atleta spagnola. Non ho dato tutto subito, volevo conservare le energie migliori per il finale. Durante la mia frazione ero tranquilla. Una volta presa in mano la cartina l’unica preoccupazione era quella di fare tutto giusto. Non contavano più le avversarie e nemmeno il fatto che fossero molto forti. La mia finalità era di dare il meglio e portare a casa il risultato”.

La gara presentava varie asperità altimetriche. “La fatica era intensa. La salita tosta, anche gli svizzeri camminavamo e pure io ho rallentato. Non aveva senso correre, meglio tenere un ritmo camminato veloce per non andare fuori giri. Probabilmente in questi frangenti emerge la differenza tra un professionista che può concentrarsi sullo sport per 365 giorni l’anno e chi come me si allena nei ritagli di tempo.  I prof hanno la possibilità di andare in cerca sempre di nuove cartine dove testarsi. Ho capito bene i dettagli su cui lavorare anche se il gap è  alto”.

Tornando agli ultimi metri Zagonel ha ancora avuto la forza per sprintare. “Ho dato tutto quello che avevo, con il corpo e con la mente, esausta ma felice di aver portato il mio contributo”.

LE CONDSIDERAZIONE DEL DOPO GARA: 

“A fine gara c’era la rabbia sul volto di Mattia per aver perso qualche posizione e la sofferenza di Viola per aver lottato fino all’ultimo metro. Vedevamo dalle loro facce che avevano dato tutto. De Bertolis era forse il più rammaricato, ma un calo fisico può succedere”. Il commento di Riccardo e Carlotta Scalet che aggiungono: “Il giorno della Staffetta stavamo molto bene, mentre nella prova seguente invece siamo crollati. Probabilmente abbiamo anche sottovalutato l’impegno della Sprint Relay, come se non fosse uno stress fisico”.

Invece la fatica ha presentato il conto già dalla Staffetta in bosco: “Abbiamo pagato fisicamente. In quel momento è iniziata una decrescita, pagando una serie di fattori concomitanti: lo stress della settimana, le quarantene, i ritmi dell’evento, le gare ravvicinate. Non è un caso se i più forti del mondo non disputano tutto il calendario. Dovremmo imparare a simulare anche certe tensioni oppure i ritmi. Se la gara prevede 2 ore di attesa le dovremmo fare anche noi prima dell’allenamento: 2 ore ad aspettare. Certo è dura, ma una vera simulazione passa anche da questi dettagli. Quando sei a casa, finito l’allenamento fai la doccia e ti riposi. Significa che simuliamo fino ad un certo punto”.

Gli atleti ragionano anche sul fatto di aver cambiato molti allenatori:  “L’attuale CT, Mamleev, è molto bravo ma ancora non ci conosce a fondo. Probabilmente andremo migliorando anche per questo aspetto”. 

Carlotta Scalet presenta un ragionamento molto acuto che meriterebbe un approfondimento: “Sarebbe interessante, in futuro, avere anche un coach donna.  Le ragazze pensano e corrono diversamente. Alcune scelte che sono migliori per gli uomini per le donne non risultano vincenti. Ad esempio, se per Riccardo tagliare è la cosa più semplice per me non lo è. Gli uomini semplificano il terreno.Le donne vanno di oggetto in oggetto”.

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